sabato 28 giugno 2014

Prezzi da capogiro nel senza glutine. Manca una libera concorrenza.



In Italia i prodotti gluten free sono considerati alimenti farmaceutici e come tali sono sovvenzionati dallo Stato, che tramite il Servizio sanitario eroga dei buoni spesa. I prezzi per i normali consumatori restano alti, perché in questo caso le leggi del mercato e della libera concorrenza non possono valere, e i costi di produzione sono comunque elevati


Qualcuno li compra perché pensa che siano più salutari o che facciano dimagrire, ma al di là di queste credenze, prive di conferme, c’è chi non ha scelta e deve acquistarli per forza. Prendiamo ad esempio la farina di riso: in farmacia 4,65 euro, al supermercato 1,59 euro, online dal produttore 0,70 euro. Perché esistono queste differenze?

In Italia, i prodotti gluten free sono considerati alimenti farmaceutici (dietoterapeutici) e come tali sono sovvenzionati dallo Stato, che tramite il Servizio sanitario nazionale ne prevede l’erogazione gratuita. I bonus in denaro variano in base all’età e al sesso: mediamente 140 euro per i maschi adulti e 99 per le donne. Ci sono situazioni come la Toscana dove il valore del ticket è stato portato a 125 per gli uomini e 110 per le donne, e può essere speso anche nei supermercati.


In Piemonte c’è una quota fissa per tutti gli adulti pari a 120 euro, che in Val d’Aosta lievita a 142 euro, ma è spendibile solo in farmacia. In alcune regioni il ticket non può essere frazionato e questo vuol dire che deve essere speso in una sola farmacia. In altre regioni c’è la possibilità di utilizzare il buono anche nei supermercati e di suddividere l’importo in quote minori da spendere in diversi momenti in tanti negozi. Queste però sono decisioni regolate a livello regionale.

Ma nessun Paese (ad eccezione di Malta e della Grecia) attua una politica del genere. Quello che a molti sembra un diritto ovvio è in realtà un privilegio acquisito. Come tutte le medaglie, anche questa ha però un’altra faccia: pagando di fatto lo Stato, il prezzo dei prodotti rimane naturalmente alto. Tecnicamente si dice che la domanda è “anelastica” rispetto al prezzo, perché all’aumentare del numero delle diagnosi (e quindi dei celiaci) il prezzo dei prodotti, anziché scendere come succede per gli altri prodotti, rimane costante (ed anzi aumenta come è accaduto negli ultimi anni).


In questo caso le leggi del mercato e della libera concorrenza non valgono, in quanto se il cliente è lo Stato e se il numero dei potenziali clienti cresce naturalmente, a nessun produttore conviene abbassare i prezzi: perché dovrebbe farlo? Ecco perché ci sono sempre più prodotti ma a prezzi sempre e costantemente elevati.


Una lancia va spezzata a favore delle aziende; non è oggettivamente semplice produrre prodotti senza glutine buoni, tanto da poterli paragonare agli alimenti contenenti glutine. Innovazione, ricerca e sviluppo sono quindi tre voci che hanno un certo peso nel prezzo finale dei prodotti, certamente più gustosi al palato rispetto agli anni scorsi.



Altra caratteristica molto particolare è la distribuzione chiusa dei prodotti gluten free, disponibili nelle farmacie (non tutte e con assortimenti scarsi), da poco tempo in alcune catene della Grande distribuzione ed in pochi negozi specializzati. A rendere il prezzo ancora più elevato è non solo il costo delle materie prime sempre maggiore ma anche la prevenzione dai rischi di contaminazione crociata.




Se il costo della materie prime riguarda tutti i prodotti, con e senza glutine, per un’azienda produttrice di prodotti gluten free prevenire le contaminazioni, organizzare la produzione e la filiera produttiva, effettuare controlli in tutte le fasi dalla lavorazione al trasporto sono tutte attività che necessariamente ricadono sul prezzo al consumatore. A questo si aggiungano poi i costi inerenti le certificazioni e la burocrazia intorno alle singole linee di prodotto. Praticamente fino ad oggi in Italia i prodotti senza glutine venivano venduti solo a chi poteva ritirare i buoni spesa della Asl (Azienda sanitaria locale) di appartenenza.

Ma qualcosa sta cambiando. In alcune regioni italiane è già possibile spendere il proprio buono spesa all’interno dei negozi della Gdo. Trentino, Toscana ed Emilia Romagna sono state le pioniere per quanto riguarda l’accettazione dei buoni e quest’anno arriverà anche la Lombardia. Resta un solo cruciale antagonista: lo Stato, che sovvenzionando il buono mensile non permette l’abbassamento dei prezzi e quindi la libera concorrenza. Ai posteri l’ardua sentenza!


Fonti: www.celiachiamo.it - www.ilsalvagente.it